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Aspetti evolutivi
L’età media di insorgenza del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività
è compresa tra i 3 e i 4 anni. Esistono comunque numerosi casi che presentano
la sintomatologia del DDAI verso i 6-7 anni, limite d’età stabilito rispettivamente
dall’ICD- 10 e dal DSM-IV per poter porre diagnosi di DDAI (Barkley, 1998).
Per quanto riguarda l’evoluzione del Disturbo è necessario anticipare che esso
si manifesta secondo tempi e modalità differenti a seconda di una serie di variabili
che mediano le manifestazioni sintomatologiche. Tra queste ricordiamo: la qualità
delle relazioni con e tra i familiari, l’accettazione del bambino nel contesto
scolastico, il profilo cognitivo generale (e intellettivo in particolare), e la
presenza di altri disturbi che, eventualmente, possono complicare il quadro patologico.
Le modificazioni evolutive del disturbo sono meglio comprensibili se teniamo presente
che le difficoltà sono maggiormente evidenti quando il bambino non riesce a soddisfare
le richieste dell’ambiente. Pertanto, in coincidenza di “scatti” di richieste
ambientali legati allo sviluppo, le problematiche diventano più evidenti: ad esempio
in coincidenza con l’ingresso nella scuola elementare, l’aumento delle complessità
dei compiti, le nuove richieste sociali durante la pre-adolescenza e adolescenza.
Possiamo suddividere l’evoluzione del DDAI in cinque fasi: prima della nascita
(si valutano i fattori di rischio di insorgenza del disturbo), i primi tre anni
di vita, l’età della scuola materna, la scuola elementare, la preadolescenza e
l’adolescenza.
Numerosi studi di genetica (per una rassegna, Levy, 1999) hanno dimostrato che
alcune caratteristiche dei genitori sono predittive della presenza o meno del
DDAI nel figlio. Ad esempio, alcuni studi hanno riscontrato che gruppi genitori
depressi con condotta antisociale o con problemi di alcoolismo è molto più probabile
che abbiano un figlio con DDAI, rispetto ad altri. Altre ricerche
hanno riscontrato che le complicazioni durante la gravidanza o il parto sono fattori
di rischio per l’insorgenza di un DDAI. Queste comunque non sono le
cause del disturbo, ma fattori che determinano un innalzamento della probabilità
di avere un bambino con DDAI. La stessa presenza di problematiche attentive e/o
comportamentali nei genitori rappresentano un importante fattore di rischio per
l’insorgenza del DDAI. In questo caso, le probabilità di un genitore con DDAI
di avere un figlio con lo stesso disturbo arrivano fino al 57% (Biederman et al.,
1995).
Barkley (1998) ha proposto un elenco di fattori di rischio, ordinati per livello
d’importanza, associati alla genesi del DDAI:
1) presenza di disturbi psicologici
nei familiari, in particolare il DDAI;
2) abuso di sigarette e alcool della madre
durante la gravidanza, associato o meno ad altri problemi di salute della madre;
3) assenza di un genitore o educazione non adeguata;
4) problemi di salute o ritardi
di sviluppo del
bambino;
5) precoce insorgenza di elevati livelli di attività motoria;
6) atteggiamenti
critici e/o direttivi della madre durante i primi anni del bambino.
Contrapposti ai fattori di rischio è stata costruita una lista di fattori che
potremmo definire protettivi in quanto aiutano il ragazzo a limitare gli esiti
negativi del DDAI, tra questi ricordiamo:
1) elevato livello educativo della madre;
2) buona salute del bambino poco dopo la nascita;
3) buone capacità cognitive
del bambino (in particolare linguistiche);
4) stabilità familiare (Campbell, 1990).
Spesso i genitori riferiscono che i bambini con DDAI siano difficili sin dalla
nascita: molto irritabili, inclini ad un pianto inconsolabile, facilmente frustrabili,
con difficoltà di sonno e alimentazione. Inoltre questi bambini sono meno sensibili
alle ricompense e sono anche più difficili da educare, in quanto danno risposte
imprevedibili alle tecniche educative solitamente utilizzate per il controllo
comportamentale. Di conseguenza, l’impulsività e la bassa tolleranza alla frustrazione
del bambino possono generare effetti negativi sull’interazione con la madre, innescando
un circolo vizioso che porta ad un’accentuazione dei sintomi.
Durante gli anni
della scuola elementare, il bambino con DDAI è molto attivo e, sebbene abbia un’intelligenza
uguale a quella dei suoi coetanei, dimostra un comportamento poco maturo rispetto
all’età cronologica. A seconda della situazione, il comportamento del bambino
con DDAI appare più o meno problematico: nelle situazioni di gioco libero, in
cui c’è ampia possibilità di movimento, egli non mostra particolari difficoltà,
mentre in contesti in cui si richiede il rispetto di determinate regole il bambino
viene etichettato come “problematico e difficile da gestire”. Il gioco del bambino
con DDAI è più semplice, stereotipato, povero di significato, caratterizzato da
semplici atti motori e continui cambi di interessi (Alessandri, 1992). Con l’ingresso
nella scuola elementare le difficoltà aumentano proprio a causa
della presenza di una serie di regole che devono essere rispettate e di compiti
che devono essere eseguiti. Gli insegnanti continuano a descrivere questi alunni
come immaturi rispetto ai loro coetanei, soprattutto dal punto di vista comportamentale.
Sia i genitori che gli insegnanti rimangono un po’ sconcertati dall’enorme variabilità
delle loro prestazioni attentive: in classe non riescono a seguire la lezione
per soli cinque minuti, mentre
completano con successo un videogame che dura anche mezz’ora. Anche i problemi
interpersonali, spesso già presenti durante l’età prescolare, persistono e tendono
ad aumentare di gravità; questo probabilmente perché le interazioni positive con
i compagni richiedono, con il progredire dell’età, sempre maggiori abilità sociali,
di comunicazione e di autocontrollo.
Con la crescita, l’iperattività tende a diminuire in termini di frequenza e intensità
e può venire parzialmente sostituita da “un’agitazione interiorizzata” che si
manifesta soprattutto con insofferenza, impazienza e continui cambi di attività
o movimenti del corpo (Fischer et al., 1993). Inoltre, con lo sviluppo si possono
generare dei tratti comportamentali che ostacolano ulteriormente il buon inserimento
del bambino nel suo ambiente sociale, come ad esempio: l’ostinazione, la scarsa
obbedienza alle regole, la prepotenza, la maggior labilità dell’umore, la scarsa
tolleranza alla frustrazione, gli scatti d’ira e la ridotta autostima.
Durante la preadolescenza il comportamento incontrollato e la disattenzione
non consentono una facile acquisizione delle abilità sociali, indispensabili per
un buon fair-play: i ragazzi con DDAI infatti dimostrano scarsa capacità di mantenere
amicizie e risolvere i conflitti interpersonali (Kirby e Grimley, 1986).
Durante l’adolescenza, si osserva mediamente una lieve attenuazione della sintomatologia,
ma ciò non significa che il problema sia risolto, in quanto spesso si riscontrano
anche altri disturbi mentali, come ad esempio depressione, condotta antisociale
o ansia. In una ricerca di follow-up condotta da Lambert (1989), si è osservato
che tra i ragazzi diagnosticati con DDAI durante gli anni della scuola elementare,
il 70%
e l’80% di essi presentano ancora i sintomi del disturbo.
In questa età, i problemi
di identità, di accettazione nel gruppo e di sviluppo fisico, sono problematiche
che non sempre riescono ad essere efficacemente affrontate da un ragazzo con DDAI. Gli inevitabili insuccessi possono determinare
problemi di autostima, scarsa fiducia in se stessi, o addirittura ansia o depressione
clinicamente significative (Barkley, Fisher, et al., 1990).
Quindi, oltre al fatto che il DDAI sia di natura prevalentemente cronica, bisogna
sottolineare che la concomitante presenza di un Disturbo Oppositivo/Provocatorio
o di un Disturbo della Condotta determina una prognosi più infausta (Braswell
e Bloomsquit, 1991), in quanto il ragazzo può manifestare gravi condotte antisociali
(Disturbo di Personalità Antisociale) e problemi con la giustizia. Questi risultati
sono in linea con quelli di una recente ricerca di follow-up, durante la quale,
per 10 anni, sono stati analizzati i comportamenti di un gruppo di bambini londinesi
di 6-7 anni con iperattività: tale sintomatologia rappresenta un importante fattore
di rischio di successive condotte antisociali, problematiche interpersonali e
compresenza di altri disturbi psichiatrici (Taylor et al., 1996).
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